Commercialmente, Battlefield 6 e la sua controparte free to play battle royale Redsec sono stati un successo per Electronic Arts. Il gioco è stato così apprezzato che, prima spontaneamente poi con il supporto proprio di EA, sono nate delle iniziative competitive. Per riuscire ad affermarsi nel mondo degli esports, però, servono tanti tasselli e in questa analisi elencheremo i principali mettendo a confronto lo stato attuale dello sforzo competitivo di Battlefield con quello di chi ci è riuscito.
Le fondamenta: un gioco solido e un formato accattivante
Il primo traguardo di Battlefield 6 è stato presentarsi all’uscita solido come una roccia. I capitoli principali ad ambientazione moderna che lo avevano preceduto (il quarto e 2042) sono tutti arrivati sul mercato pieni di bug e problemi, cosa che instilla una naturale sfiducia in chi gioca, soprattutto in ottica competitiva.
Battlefield 6 ha avuto un debutto da record e i server non hanno vacillato, le partite sono filate lisce e gli utenti si sono divertiti. Qualche problema di bilanciamento c’è stato ma nulla che aggiornamenti continui non potessero risolvere. Lo stesso non si può dire dell’ultimo aggiornamento, Offensiva Invernale, che ha causato non pochi problemi tecnici e il rinvio un non meglio specificato periodo di quest’anno delle due competizioni inaugurali, la RedSec Elite Series e la Open Series. Il gioco, poi, ha un sistema stagionale di aggiunta di contenuti, mappe, effetti ambientali e armi, tutti elementi fondamentali per garantire un minimo di ricambio negli arsenali e, di conseguenza nelle competizioni.
Visto che le modalità principali di Battlefield si prestano molto male alle competizioni, EA ha giustamente deciso di puntare su RedSec, il battle royale, che, fortunatamente, ha mantenuto la sua componente alternativa chiamata Guanto d’Arme anche nelle competizioni. La RedSec Elite Series, infatti, usa nove partite di battle royale come grande selezionatore per una partita a Guanto d’Arme che incorona il vincitore.
Il bello di Guanto d’Arme è che le otto squadre partecipanti si affrontano in una specie di torneo nel torneo: ogni partita è composta d quattro round ciascuno dei quali elimina dalla competizione le due squadre con il punteggio più basso. La modalità usa la stessa mappa del BR ma ogni round ha un’obiettivo casuale tra otto disponibili e il passo di gioco è estremamente rapido e frenetico.
Apex Legends, e il suo formato brevettato match point, ci ha insegnato che esiste un modo per non rendere le finali di una competizione battle royale una corsa ai punti noiosissima da vedere e Battlefield sembra aver recepito questa lezione.
Gli incentivi: le organizzazioni devono essere incoraggiate a investire
Il gioco c’è, ora servono i professionisti. Per averli, però, devono esserci delle organizzazioni disposte a stipendiare i migliori tra i migliori in modo da avere giocatori preparatissimi in grado di dare spettacolo. Visto che EA ha deciso di saltare quasi a pie pari l’anno di eventi organizzati dalla community (che tutti gli sviluppatori di free to play lasciano passare prima di investire negli esports), tanto vale che adotti fin da subito quella politica che garantisce l’interesse di un buon numero di team e organizzazioni: il revenue sharing.
La condivisione dei profitti è ormai sdoganata nel mondo degli esports e consiste nel creare dei cosmetici con i colori della squadra, metterli in vendita nello shop di gioco e dividere la rendita con l’organizzazione coinvolta. La non implementazione di questo tipo di modello è la ragione che sta allontanando diversi team (Sentinels e Envy solo nell’ultimo mese) dall’ecosistema di Marvel Rivals, un altro gioco che ha fatto il botto all’uscita e ha cercato di capitalizzare subito con gli esports.
Il revenue sharing è parte integrante dell’ecosistema di Overwatch, Rainbow Six, Rocket League e molti altri titoli le cui scene competitive continuano ad attirare organizzazioni grandi e piccole. la ciliegina sulla torta, infine, sarebbe montepremi in crowdfunding come fanno Dota 2 e la OWCS, ma è più un iniziativa per la community perché accedere al premio in denaro finale non è garantito.
Il pubblico: i fan di Battlefield sono pronti a farsi vedere?
Il più grande ostacolo al successo di Battlefield esport è il fatto che, storicamente, il gioco non è mai appartenuto alla sfera competitiva. Quella ideata da Dice è una serie da sempre arcade, famosa per i suoi folli combattimenti tra veicoli e per un realismo nei toni, non nella pratica. RedSec, poi, è un battle royale, un genere ultra-saturo dal punto di vista del fandom esportivo .
I primi esperimenti, il Courage Clash di CouRage JD in primis, sono stati tornei capitanati da influencer quindi analizzarli non offre buoni risultati in termini di presenza del pubblico. Con la Open Series e la Elite Series rimandate al 2026 inoltrato non abbiamo nemmeno un’indicazione preliminare su quale potrebbe essere la partecipazione a livello di team e sul fronte grassroots.
La più grande incognita per gli esports di Battlefield, quindi, è il pubblico perché tra i milioni di fan del gioco non sappiamo se ci sono abbastanza appassionati da rendere un circuito sostenibile e tra i fan dai battle royale è difficile che EA riesca a trovare nuovi occhi disposti a guardare le competizioni di RedSec. Solo la partenza dei primi circuiti competitivi saprà dirci la risposta di organizzatori, organizzazioni e fan alla spinta competitiva di Electronic Arts.