Nicolò “Insa” Mirra è un nome che a chiunque sia un minimo esperto di esports fa risuonare decine di campanelli in testa. Mirra è stata una delle figure principali del settore, uno dei primi, nell’epoca moderna degli esports, ovvero negli anni dieci del nuovo millennio, a riuscire a fare della sua passione una professione. Una lunga carriera, la sua, iniziata con Gears of War per poi trasferirsi quasi a sorpresa su quello che fino a qualche anno fa era lo storico FIFA.
Vittorie, delusioni, premiazioni: non solo nella scena competitiva ma anche al di fuori di essa come rappresentante italiano del settore esports. Oltre a giocare per la Roma Esports in collaborazione con i Fnatic, per l’Inter con i Qlash per poi terminare la sua avventura all’Atalanta, Mirra è stato inserito nella classifica italiana di Forbes tra i migliori under 30 da tenere d’occhio, proprio come figura di spicco del gaming competitivo italiano. Una lunga carriera arrivata ora ai saluti finali.
Un addio inatteso?
Come annunciato da lui stesso sui social, dopo oltre dieci anni ai massimi livelli del FIFA competitivo (oggi EA Sports FC, con l’italiano Danipitbull fresco qualificato al mondiale 2026), Nicolò “Insa” Mirra ha annunciato il suo addio all’esports. Un’uscita che ha fatto rumore, non solo per il valore del giocatore, ma per il percorso umano e professionale che lo ha portato a quella scelta. “È tempo di annunciare il mio ritiro dagli esports e da FC 26” – ha scritto Mirra sui social – “Sono profondamente grato per tutto quello che questo percorso mi ha dato. Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei giocato per AS Roma, Fnatic, QLASH, Inter, Atalanta e AK, viaggiato per il mondo, vissuto all’estero, ricevuto riconoscimenti come i 100 Under 30 di Forbes e incontrato leggende del calcio, non ci avrei mai creduto”.
Oltre le soddisfazioni, alla fine del post è arrivata anche la nota amara: “Ho realizzato tantissimi sogni. Col tempo però ho smesso di amare ciò che facevo. Ora è il momento di chiudere questo capitolo e iniziare a scrivere le prossime pagine del mio libro. Grazie a chi c’è stato lungo il percorso: è stato indimenticabile”. Proprio per capire meglio cosa abbia significato la sua carriera, perché è stato importante per la scena italiana e perché abbia deciso di abbandonare, abbiamo scambiato due chiacchiere ripercorrendo la sua carriera, dagli inizi fino ai palcoscenici internazionali, parlando senza filtri di professionalità, pressione, branding e burnout.
Il capitolo più importante della mia vita
Partiamo dall’inizio. Cosa hanno rappresentato per te tutti questi anni nell’esports? “È stato probabilmente il capitolo più importante della mia vita. Quando ho iniziato sembrava un sogno irrealizzabile. Ho cominciato giocando a Gears of War per pura passione, poi il passaggio a FIFA ha cambiato tutto. Da lì, pian piano, sono passato dal competere per divertimento al giocare per lavoro”. Il salto definitivo arriva con l’approdo ai Fnatic e la collaborazione, una novità per la scena italiana, con la AS Roma. Un primo tassello nello stantio settore del nostro paese, successivamente ricalcato da Inter e Atalanta. “Firmare per realtà di quel livello, soprattutto all’epoca, era qualcosa di impensabile per un italiano. Quando è successo, nemmeno io riuscivo a crederci”.
L’esports italiano, infatti, ha sempre vissuto in una dimensione complessa, soprattutto se confrontato con l’estero. Mirra prosegue: “In Fnatic ho visto con i miei occhi cosa significa stare in un’organizzazione di livello mondiale. Lì non conta solo quanto sei forte in game: contano i valori, la maturità, il modo in cui rappresenti un brand, conta essere professionale. Perché in quegli ambiti, a quei livelli, il “gioco” in senso stretto diventa secondario: la tua passione è a tutti gli effetti un lavoro”. Un concetto che torna spesso durante la nostra chiacchierata: il valore complessivo di un player. “Ho visto giocatori più forti di me essere mandati via dopo due settimane. Se non sei in grado di sostenere quel contesto, non importa il talento”.
Nessuno ti insegna a gestire tutto questo
Uno dei temi centrali dell’intervista è il ruolo del giocatore come figura pubblica: non solo un player che si allena e cerca di portare a casa dei risultati, ma una figura che si espone, che racconta di sé, che diventa un vero e proprio brand accanto a quello della sua squadra. Eppure non è sempre stato così, ci racconta Mirra. “All’inizio venivo criticato perché facevo contenuti, streaming, guide. Sembrava quasi sbagliato che il tuo valore passasse anche dalla visibilità. Oggi è evidente che non è così, anzi è diventata la norma”. Per Mirra, avere una voce era una necessità: “Se non raccontavi tu cosa stava succedendo, lo facevano gli altri. E spesso lo facevano male”.
La content creation diventa così uno strumento di storytelling, di narrative da raccontare, non solo di popolarità: “Serve a costruire storicità, identità, valore, a dare un racconto personale dell’esperienza che stai vivendo”. Tra competizioni e contenuti per la community, un giocatore non preparato potrebbe perdersi. Non è un caso che l’esports venga spesso descritto come un tritacarne. Ti sentivi sotto pressione? “Sì, soprattutto all’estero. Nessuno ti prepara davvero a stare in certi ambienti. Non esiste una fase di transizione: passi dal nulla a dover rappresentare sponsor, team, community”. Ed è qui che emergono le fragilità: gestione delle critiche, delle aspettative, delle emozioni. “All’inizio soffrivo tantissimo per i commenti negativi. Col tempo ho capito che il vero problema non erano le opinioni degli altri, ma ero io che non credevo abbastanza in me stesso”.
Il grande “what if”
Tra i momenti più delicati, Mirra racconta la decisione di non trasferirsi a Londra per giocare da titolare con i Fnatic. “È uno dei miei più grandi what if. Avevo paura, non mi sentivo all’altezza, pensavo di non poter reggere il confronto con gli altri giocatori: non solo quelli delle altre squadre, ma persino della mia squadra. Oggi so e ho capito che era solamente un mio limite mentale; non era questione di risultati. Col senno di poi partire immediatamente, consapevole di andare a fare un’esperienza formativa di primissimo piano. E lo consiglirei a tutti: se vi arriva un’opportunità del genere, non pensateci nemmeno, partite”.
Una scelta che ha cambiato il suo percorso, spostandolo progressivamente verso la content creation e ruoli meno competitivi. “Non rinnego nulla, sia chiaro, ma se potessi tornare indietro mi darei uno schiaffo e direi: vai”. Guardando indietro, Mirra individua tre competenze fondamentali sviluppate negli anni: “Sembra difficile da credere e molti infatti pensano all’esports solamente come al gioco, eppure questo settore ti permette di crescere e imparare, acquisendo molte di quelle che vengono definite soft skills: la gestione delle emozioni, in gara e fuori; il problem solving, imparato in contesti caotici, eventi, imprevisti tecnici, come quando va via la linea e devi magari attendere che riparta la partita; infine il branding, inteso come posizionamento, identità, coerenza con le proprie attività e i propri contenuti. Oggi mi porto dietro tutto questo come un bagaglio personale di esperienze e competenze. Anche, e soprattutto, fuori dall’esports”.
Burnout: il problema è riconoscerlo
Il tema più delicato, menzionato nel suo post d’addio, arriva inevitabilmente: il burnout. “Il primo anno in cui l’ho avuto non me ne sono accorto. E questo è il vero problema: se sei in burnout, non sei lucido, non riesci nemmeno ad accorgertene consapevolmente, hai bisogno di un occhio esterno”. La sindrome da esaurimento professionale, più nota appunto come sindrome da burnout, è l’esito patologico di un processo di accumulo di stress che può interessare, in varia misura, varie tipologie di professionisti che sono impegnati quotidianamente e ripetutamente in attività che implicano relazioni interpersonali. Secondo l’OMS, i sintomi includono “senso di esaurimento di energia o stanchezza; aumento della distanza psicologica dal lavoro o sentimento di negativismo o cinismo nei confronti del lavoro; riduzione dell’efficacia professionale”.
Sintomi che lo stesso Mirra ha provato sulla propria pelle con isolamento, lavoro ripetitivo, assenza di contatto umano. A tutto questo si è aggiunta poi anche la pandemia e le limitazioni causate dal Covid19: tutto contribuisce. “Mi svegliavo, lavoravo, dormivo. Stop. Questa era diventata la mia giornata tipo: non c’era altro”. Il campanello d’allarme? “Quando ho iniziato a odiare quello che amavo fare. Quando ogni giorno rimandavo ciò che avevo da fare. Quando mi sentivo obbligato nel fare dei contenuti”. Mirra ne ha anche parlato recentemente in un TedX a Foggia (disponibile anche su Youtube), raccontando nel dettaglio la sua esperienza. Ma come se ne esce? La soluzione, secondo Mirra, passa dalla pausa vera e dal supporto professionale: “Uno psicologo non è un lusso. È una necessità. Senza, rischi di arrivare a un punto di non ritorno senza nemmeno accorgertene”.
Il futuro di Nicolò “Insa” Mirra
Mirra ci ha poi parlato dei momenti più belli vissuti grazie all’esports che porta oggi nel cuore: l’annuncio della collaborazione con Roma e Fnatic, l’evento mondiale a Bangkok, la firma con l’Inter. Tanti “inizi”, dunque, tante prime volte: “Sì, perché quando inizio un percorso mi sento sempre elettrizzato, pronto a esplorare tutte le potenzialità di quella nuova avventura”. E poi ci sono le amicizie costruite lungo il percorso, alcune decisamente particolari. Tra queste gli incontri fuori dal contesto competitivo, come quello con Javier Zanetti, storico capitano dell’Inter: “È stato un incontro quasi casuale, durante una cena a cui ero stato invitato: non sapevo nemmeno che ci sarebbe stato anche lui. Ho conosciuto una persona veramente squisita, disponibile, umile: non solo lui ma la sua intera famiglia. Se non avessi fatto esports, questo incontro non sarebbe mai avvenuto”.

Dove rivedremo Nicolò Mirra, adesso? “Sicuramente non negli esports competitivi, almeno per ora. La priorità è l’equilibrio”. Mirra ci parla di possibili progetti futuri che includono contenuti più strutturati, podcast, anche investimenti in qualche team magari, ma comunque ruoli dietro le quinte. “L’amore per il settore c’è ancora, anche se ora è offuscato. Ho bisogno di staccare per un po’, non so nemmeno quanto ancora, sinceramente. Ma so che questa è la decisione giusta per me e la mia salute”. Una cosa è certa: “Ho imparato a fermarmi. E non lo facevo da nove anni”.