Soulslinger Envoy of Death: la recensione su PS5 di un fps roguelike un po’ troppo prevedibile

Riccardo Lichene
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Soulslinger Envoy of Death

Se non ne potete più dei roguelike, Soluslinger: Envoy of Death non è il gioco che fa per voi perché prende tutte le meccaniche a cui l’esplosione del genere ci ha abituato, le rimescola e le ripropone in un ambiente western. Se provare, riprovare, morire e alla fine avere successo riesce ancora ad emozionarvi, in Soulslinger potreste trovare un’avventura interessante nonostante sappia un po’ di già visto.

Premesse familiari

Il protagonsita del gioco è un “Inviato della Morte”, un pistolero incaricato di salvare le anime perdute nel Limbo, un luogo etereo che per qualche motivo ha un’estetica da far west, dal Cartello, un’organizzazione demoniaca che vuole rapirle. Nella pratica, vestirete i panni di un pistolero armato dalla Morte che, di arena in arena, deve uccidere ondate di scheletri e demoni.

Soulslinger Envoy of Death

Il personaggio principale ha perso la vita e la donna che amava in un’incidente d’auto e ha fatto un patto per servire la Morte in cambio della possibilità di rivedere la sua amata. Non esattamente entusiasmanti come premesse e la mancanza di originalità non si ferma qui. Di arena in arena guadagnerete dei potenziamenti (elettrici, velenosi, del fuoco ecc…) e nuove armi (revolver, fucile a pompa ecc…) con un boss ogni sei o sette stanze.

A livello strutturale, tanto durante le run quanto nella base, nulla ci ha sorpreso per inventiva o creatività. É come se il gioco sia stato fatto a tavolino prendendo un’architettura alla Hades, il tono western di Metal Hellsinger (ma senza le canzoni stupende) e la progressione di tutti i roguelike e roguelite degli ultimi due o tre anni. Essendo ispirato a tante cose che funzionano, però, il gioco finisce per funzionare.

Soulslinger Envoy of Death

Morire durante una run ti fa venire voglia di iniziarne un’altra, i poteri si combinano in modi interessanti e le armi (che hanno una progressione interna alla partite basata sui livelli) hanno effetti secondari che vanno a intrecciarsi con le abilità. Tecnicamente, poi, il gioco è solido e gli ambienti, nonostante un diffuso grigiume da asset standard di Unreal Engine, hanno un minimo di potere evocativo e di atmosfera.

Sparare né bene né male

Il gunplay di Soulslinger, come tutto il resto del gioco, né convince né delude. Ci si abitua nonostante i difetti, e si può arrivare ad apprezzarlo anche se finisce per essere molto simile a sé stesso. Le armi riescono a far divertire, ma non sono niente che non sia già stato usato e abusato. In poche parole: se volete spegnere il cervello e far esplodere qualche scheletro, allora il gioco funziona e diverte.

Soulslinger Envoy of Death

Ci sono tanti giochi che raccomanderemmo al posto di Soluslinger: Envoy of Death, primi tra tutti i Doom dal 2016 in poi per il gunplay, Metal Hellsinger per l’ibrido tra sparatutto e atmosfera wester-demoniaca, Hades 2 per il roguelike perfetto e Returnal per la traduzione sparatutto di questo genere. Chi è onnivoro della categoria e ha già provato tutti i precedenti potrebbe trovare un buon passatempo in Soulslinger e, forse, persino divertirsi.

Riccardo Lichene

Giornalista esportivo e critico videoludico, Riccardo Lichene è cresciuto a pane e Ovewatch e ha iniziato la sua carriera nel giornalismo esportivo parlando della Overwatch League per poi aprirsi al resto dei titoli Blizzard, al mondo di Counter-Strike e alla FGC. Ora è caporedattore di Esportsinsider Italia.
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